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"Andar via pal mondo" spettacolo teatrale in dialetto pordenonese



gtp
Quando da un fenomeno sociale scaturiscono canti popolari, di denuncia, di rabbia, nostalgia o amore, significa che tale susseguirsi di eventi, ha colpito il cuore di un popolo e, quando il cuore trabocca, è allora che sgorga il canto, come manifestazione archetipica dell'agire umano. Canti sull'emigrazione ce ne sono tanti e tanti! L'emigrazione è dunque un fenomeno radicato e capillare nel nostro paese e anche nella nostra provincia.

Nel trattare in teatro un tale argomento, ci si apriva un labirinto di possibilità, tutte però portavano a un medesimo fulcro: necessità di sopravvivenza, fatica e dolore. Il rischio di affondare in una valle di lacrime era altissimo!

"Andar via pal mondo" sì, ma per necessità. "Andar via pal mondo" era diventato un dire comune, perciò è diventato il titolo del nostro spettacolo. Dentro c'è tutta la tipicità dell'esperienza migratoria: la decisione di partire, l'arrivo, il disagio, la diffidenza, il distacco, gli incontri, la solidarietà, la spietatezza, gli interessi, il ritorno. Tutto questo viene legato dalle considerazioni dotte del relatore di un'immaginaria conferenza, il quale analizza il fenomeno sotto una luce professionale, osservandolo da un'angolazione libresca, generica e stretta nelle griglie della statistica. Escono a gran voce da questo reticolato di nozioni, le esperienze singolari di chi "via pal mondo" c'è andato, partendo in treno o in nave, alla volta della vecchia europa o del nuovo mondo, non importa, ma portandosi appresso, assieme alla valigia, che immaginiamo di cartone, tutto un mondo di esperienze, volontà, affetti, ricordi, timori, ansia di riscatto e speranze. Alcune delle vicende narrate sono realmente accadute, altre sono immaginate ma a volte la realtà supera la fantasia. Ricordare questo nostro passato può forse regalarci la chiave per comprendere il presente di tanti, che approdano ora nel nostro territorio, mossi dall'atavica e irrefrenabile lotta dell'uomo per la sopravvivenza. Ricordare dunque le nostre radici migratorie non è culto delle ceneri del passato, ma custodia del fuoco della solidarietà.

Michela Passatempo
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